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10 Set 2007 "Parole" che parlano di Altomilanese

dal volume "PAROLE",  di Mauro Scotti, edito nel gennaio 2007 dalle edizioni OTMA di Milano
per gentile concessione dell'Autore

 

PASSAGGIO A LIVELLO

All’inizio, tutto sommato, non lo considerò nè umiliante nè riduttivo nei confronti dei suoi studi.

Era una scelta temporanea, lo dicevano i suoi genitori, se lo diceva lui mentre si avviava al primo giorno del suo primo impiego.

E poi, in fondo, forse senza volerlo e senza averlo cercato, aveva trovato un lavoro adatto alle sue caratteristiche personali.

Lì avrebbe avuto il tempo di leggere, di approfondire e di riprendere tutti i temi che gli stavano più a cuore e che negli anni, forse senza una vera ragione, aveva accantonato.

E poco importava se questa sua ricerca, questo suo immergersi in un mondo passato fosse, ad orari fissi e scadenziati, interrotto dalle responsabilità dettate dal suo incarico.

Casellante.

Sulla linea Milano – Novara delle Ferrovie Nord.

Un piccolo passaggio a livello tra i paesi di Rescaldina e Castellanza, KM5.

Passaggio a livello...

Una sosta non prevista nella nostra frenetica vita di viaggiatori.

A volte, ci riconciglia con la vita, fornendoci una scusa per il nostro ritardo, dandoci la sensazione, in quel silenzio fatto di motori spenti, di tempo ritrovato.

In particolare, quello non era nulla di più che due sbarre di metallo verniciate in rosso e bianco, due croci di Sant’Andrea, ormai neppure più lampeggianti ma almeno catarifrangenti ed uno scatolotto di legno a lato di un nastro di cemento che tagliava il bosco.

Dentro, oltre lui, lo stretto indispensabile per la professione: un telefono, un tavolino, una sedia.

I vetri delle finestrelle ricoperti di una patina di sporco vecchio di anni.

Appesa in un angolo, sorretta da un improbabile nastro, una piccola bacheca dove, unico foglio, rimaneva, ingiallita, una fotocopia di un orario ormai vecchio di qualche anno.

Ad ogni squillo del telefono, fuori, ad abbassare le sbarre servendosi della manovella.

Verificare.

Attendere il passaggio del convoglio.

Rialzare.

Rientrare in guardiola.

Riprendere il libro dalla riga dove ti eri interrotto.

Già, perchè erano i libri a fargli compagnia; erano i più classici degli autori a fargli esplorare un mondo in cui non era mai stato ed in cui non sarebbe stato mai.

 

Lettere antiche all’università.

Suo padre e sua madre lo avevano guardato dubbiosi quando, dopo il liceo, aveva comunicato loro la scelta, ma non avevano replicato: era il loro unico figlio, finora non aveva dato grattacapi, non vedevano motivi per ostacolarlo nella scelta della facoltà.

Ottimi voti, esami sempre in linea con il piano di studi stabilito, un 109 finale che lo aveva consacrato “dottore”.

E lentamente, una solitudine sempre più unica compagna.

I pochi amici del paese, quelli con cui era cresciuto, erano scomparsi.

Qualcuno lavorava, qualcuno ancora studiava. Tutti avevano abitudini che lui non condivideva.

Certo non le denigrava, ma non le condivideva.

E quindi, in maniera quasi naturale aveva cominciato a rispondere di no alle telefonate in cui gli si chiedeva se era libero; aveva smesso di passare le serate davanti ad una birra in un locale o farsi trapanare le orecchie in una delle tante discoteche della zona.

Un mese dopo l’altro le telefonate si erano prima diradate, poi scomparse del tutto. 

Anche le ragazze facevano parte di un passato che diventava giorno dopo giorno, sempre più remoto.

Le ragazze o meglio la ragazza. Già, perchè, tutto sommato, era sempre con Francesca che aveva “filato” dai tempi della scuola.

Ufficialmente mai, ma tra corsi e ricorsi si erano sempre ritrovati. Stavano bene insieme, parlavano parecchio, o meglio, lei parlava. Una volta, al termine della festa del paese, mentre assistevano da un angolo della piazza all’uscita della banda e del sindaco in fascia tricolore, lei lo aveva preso per mano, si era alzata in punta di piedi e lo aveva anche baciato.

Era finita lì: lui non aveva detto nulla.

Aveva abbassato gli occhi. Lei si era sentita rifiutata.

Si vedevano sempre meno.

Ogni tanto si incrociavano in paese: “ciao, come va?” “bene e tu?” “così, solita vita” “già, solita vita. Beh ciao” “ciao”.

Dopo la laurea era cominciata la trafila per cercare un impiego: stilare un curriculum, spedire il curriculum, discutere il curriculum con chi ha la bontà di chiamarti per approfondire, collezionare una sequela di “grazie, le faremo sapere”.

Non era facile: ormai questo mondo parla solo di tecnologia, cosa se ne fanno tutte queste “high tech company” o “dot com company” di un letterato che parla più facilmente di Platone che di bit e byte ? Che capisce e carpisce i segreti dell’Iliade piuttosto che delle macro di excel.

Poi, in una nebbiosa e fredda sera di Novembre, stanco, deluso, mentre attendeva il suo treno, l’occhio gli cadde sul bando di concorso che penzolava desolato e sporco su di un muro alla Stazione di P.zza Cadorna.

“Ferrovie Nord indice un concorso per l’assunzione temporanea di 15 giovani neolaureati da inserire a vari livelli nei propri organici”.

Rispose, meglio questo che niente. Meglio questo che guardare suo padre in poltrona mentre le immagini di un improbabile talk show gli passano davanti agli occhi.

Si ritrovò in uno stanzone con gli altri duemila candidati.

Prova scritta: tra i primi dieci.

Prova orale: sempre tra i primi dieci.

Dopo un mese la convocazione per un colloquio: si era preparato con cura ed attenzione solo per evitare di dover far fronte ad un altra delusione.

L’uomo dall’aspetto trasandato non mascherava una certa noia, forse data dall’incarico, forse data dai lunghi anni trascorsi dietro quella scrivania dove quando capisci che non puoi cambiare le cose, rimani seduto in attesa che il tuo tempo trascorra e cerchi di farlo passare nel migliore dei modi. 

“Crede di avere dei problemi a dover lavorare da solo? Avrebbe problemi ad operare su turni? Giudica questa occupazione poco consona ai suoi studi?”

Ad ogni suo “no” l’uomo siglava una casellina su di un foglio davanti a lui.

Casellante.

Sulla linea Milano – Novara delle Ferrovie Nord.

Un passaggio a livello tra i paesi di Rescaldina e Castellanza, KM5.

Uno dei più piccoli dell’intera linea.

Temporaneo. Il lavoro, non il casello. Quello c’era da più di vent’anni e probabilmente ci sarebbe rimasto per altri venti.

Il lavoro, invece, chi lo sa.

Alla fine della chiaccherata l’uomo gli porse una lettera: se voleva poteva firmare anche subito e, compatibilmente con i suoi impegni, avrebbe potuto cominciare già dalla settimana successiva.

Poi, con calma, sarebbe arrivata la divisa.

Speriamo prima di sei mesi, altrimenti rischiava di arrivare quando il contratto era già scaduto e lui congedato.

E poi, lui stesso, non aveva intenzione di restarci per più di quel periodo. 

Con i suoi studi era destinato ad altro.

Se lo ripeteva continuamente, più con la voce interiore che tanto ricalcava quella dei suoi genitori, che con la sua.

Cosa fosse quest’altro ancora non aveva capito.

Poi, vent’anni erano passati veramente.

Le opportunità ed i colloqui si erano diradati o forse lui ne aveva cercati sempre meno.

I sei mesi erano stati prorogati di altri sei, poi di un anno, poi di due, infine in un’assunzione definitiva.

Era bravo, attento e puntuale.

Mai un richiamo, mai un ritardo. Sempre attento e cortese.

Proprio per questo i suoi superiori non avevano avuto dubbi quando si era trattato di proporgli l’assunzione.

Certo, un po’ taciturno, ma da quando in qua il parlar poco è un difetto in questo mondo dove tutti parlano troppo, anche a sproposito? 

Vent’anni e montagne di libri. Pagine girate tra un treno e l’altro, sottolineature ad evidenziare un passaggio, una frase da leggere poi a chissà chi o da ricordare in chissà quale occasione.

La vita scandita al ritmo del telefono che annuncia l’arrivo del treno, della campanella che sottolinea l’abbassarsi o l’alzarsi delle sbarre.

Una vita vissuta spiando, guardando chi, costretto dalle sbarre, si ferma sbuffando, guarda l’orologio, maledice se stesso per non aver preso un’altra strada, ferma il motore ed aspetta.

Scrutarli, dentro le loro scatole di latta, così innocue quando il rumore del motore cessa: lo sguardo perso in un pensiero, una telefonata, una sistematina ai capelli, quattro passi se la temperatura lo consente immaginando di essere fermo nella campagna toscana e non al limitare di un bosco nell’alto milanese.

Qualche volta aveva colto una lacrima, una risata, ma mai si era avvicinato per capire o chiedere di più.

Una sera aveva visto anche lei.

Bella, sorridente, elegante. Così diversa da come se la ricordava.

Colse le chiacchiere allegre mentre, seduta sul sedile del passeggero di una di quelle vetture veloci, stringeva il braccio dell’autista, un ragazzone tutto muscoli e denti che le sedeva a fianco.

Lei non lo aveva notato.

Forse perchè presa dalla conversazione, forse perchè lui per non farsi notare si era quasi nascosto dietro il casotto.

E del resto, comunque,  chi nota un casellante ?

A volte, anche i volti dei passeggeri dei treni gli si erano stampati nella memoria: un passaggio rapido, la sensazione, immotivata, che i loro sguardi si fossero incrociati.

A casa nessuno chiedeva più nulla.

Forse sua madre, i primi tempi, soffriva in silenzio di quel figlio taciturno e sempre solo che usciva per lavorare con un libro sotto il braccio, rientrava alla fine del suo turno e dopo aver cenato si chiudeva nella sua camera.

Aveva persino pensato di chiamare lei Francesca e parlarle ma poi aveva preferito soprassedere: cosa le avrebbe detto? cosa le avrebbe chiesto? rischiava di mettere in ridicolo lei e suo figlio. E poi lui si sarebbe sicuramente arrabbiato se avesse saputo.

Quindi, anche lei si era rassegnata o forse, dentro di lei, ne era contenta: il figlio in casa, un aiuto certo, in fondo loro invecchiavano e potevano cominciare ad avere bisogno da un giorno con l’altro. Certo, la laurea era buttata ma in fondo, un lavoro sicuro lui l’aveva e per quello che capiva lei, era un ragazzo che si accontentava.

 

Suo padre se ne era andato in una mattina di inizio Settembre.

Lo avevano trovato su quella poltrona su cui si accomodava sempre più spesso. Quella mattina, invece di accedendere il televisore come faceva di solito, l’aveva girata verso la finestra così che, ora, il suo volto era illuminato da un raggio di sole. 

Sua madre lo aveva seguito due anni dopo. Due anni trascorsi senza più un sorriso, senza la sua proverbiale forza d’animo e di volontà che l’aveva sorretta per tutta la vita.

Quasi che suo padre, partendo, le avesse chiesto qualcosa in prestito per sostenersi nel viaggio.

Era rimasto solo.

La casa, comunque non grande, ora gli sembrava immensa.

Aveva cominciato a non rientrare, fermandosi al casello anche quando non era di turno.

Lo faceva solo per cambiarsi d’abito, lavarsi, recuperare qualcosa per alimentarsi o sostituire i libri.

Ma rapido, in fretta, in pochi minuti e mantenendo gli occhi bassi per non soffermarsi troppo sui particolari della sua vita passata. 

Era facile: aveva proposto ai colleghi di sostiturli durante il loro turno.

Non ufficialmente, ovvio. Loro registravano la loro presenza e poi se ne andavano affidando a lui il casello.

I primi tempi lo guardavano straniti e sospettosi: al giorno d’oggi chi trovi che ti faccia un piacere e per di più gratis?

Poi, la cosa aveva preso piede: i suoi quattro colleghi destinati a quell’occupazione praticamente non si facevano più vedere o si presentavano sporadicamente per portargli qualcosa da mangiare o da bere.

Lui trascorreva il suo tempo tra un treno, una sbarra, un’auto che passava veloce ed i suoi libri.

Alle 22, passato l’ultimo treno, si chiudeva nel suo casotto ed alla luce di una piccola lampada che si era portato, terminava la giornata con una cena frugale e poche ultime pagine.

Lavorando sullo spazio che ormai considerava solo suo, era riuscito a sistemare anche una piccola brandina su cui si sistemava per dormire.

 

Una mattina era stato svegliato da voci, rumori di motori, portiere che sbattevano.

Uscito, si era trovato di fronte una serie di personaggi in giacca e cravatta che discutevano a capo chino su una serie di carte.

Intorno a loro, un gruppo di operai, camion, mezzi movimento terra.

Si avvicinò silenzioso.

Era alle spalle dei due che più animatamente discutevano alzando continuamente lo sguardo dai fogli ed indicando la massicciata di fronte a loro.

“Ciao” lo apostrofò quello che dal modo di fare sembrava il capo. “Tu sei il casellante? Piacere. Io sono DeMagistris, il responsabile dell’Ufficio Tecnico della Sede centrale di Milano. Lui è Antonelli, sarà il responsabile del cantiere”.

“Cantiere?”

“Si, del cantiere. Non ti hanno detto nulla? Partiamo oggi con le opere per interrare la linea così tagliamo fuori tutti i passaggi a livello. Eh, si, caro mio, tempo sei mesi e cambi lavoro. Contento? Così finalmente ti passeranno a fare qualcosa di più interessante ed intelligente che star qui ad abbassare ed alzare sbarre...”

Non aveva risposto.

Si era girato sui tacchi ed era tornato nel gabbiotto.

I due lo avevano guardato male ma avevano imputato la cosa al fatto che fosse ancora mattino presto e che fosse rimasto stupito di quella notizia.

 

Erano stati di parola: aveva seguito i lavori come sempre da lontano ed in silenzio, alternandoli con la sua responsabilità e le pagine dei suoi libri e loro avevano mantenuto tempi ed impegni.

Prima un buco, via via sempre più profondo, poi le colate di cemento, poi la posa dei binari, tutto correva nei tempi e nei modi che gli avevano sommariamente raccontato.

Aveva ricevuto una telefonata da uno dei suoi colleghi, uno di quelli che sostituiva in segreto. Gli disse che li avevano convocati a Milano per la prossima settimana per parlare del nuovo incarico.

Lui aveva intenzione di andare a sentire ?

Si raccomandò tanto che non gli sfuggisse nulla del loro accordo. Oh, lui rischiava il posto. Che non facesse scherzi che lui teneva famiglia.

Visto che rispondeva a monosillabi, il collega chiuse la telefonata con un laconico “ci vediamo settimana prossima”.

La Domenica successiva il telefono squillò per avvertirlo che il 10,32 era soppresso: in stazione a Rescaldina era prevista la cerimonia d’inaugurazione della tratta, quindi, dopo i discorsi ufficiali ed il taglio del nastro sarebbe passato un convoglio speciale.

Ma sarebbe passato sulla linea nuova, quindi non era necessario che lui provvedesse ad abbassare le sbarre. Anzi, cominciasse a preparare armi e bagagli perchè il treno speciale era il primo ma, da quel momento in poi, tutti sarebbero transitati da lì.

E se faceva in fretta ad arrivare in stazione, gli lasciavano un paio di pizzette ed un bicchiere di vino. 

Insomma non serviva che lui abbassasse le sbarre, ne per il treno delle autorità, ne per il proseguo della giornata.

Ne per il proseguo della settimana.

Ne per il proseguo del mese.

Il casello non esisteva più.

Il casellante non serviva più.

Non rispose.

Appese.

Rimase in silenzio a guardare il vecchio orario ingiallito che mai aveva rimosso. 

Uscì dal gabbiotto nel silenzio della Domenica mattina rotto solo dal grido di qualche uccello e dal rumore delle goccie di rugiada quando cadono dagli alberi e colpiscono le foglie cadute: poc... poc... poc..

Lasciò vagare lo sguardo intorno: la strada lunga e vuota, gli alberi carichi di umidità mattutina, il cantiere silenzioso ed abbandonato anch’esso.

Impiegò pochi minuti per prendere la decisione, dandosi tutte le giustificazioni del caso: quello era il suo lavoro e non potevano cancellarlo in quel modo, con un “arrivederci e grazie”; quella, ormai, era la sua casa, il suo mondo.

Si voltò e, come ormai sua abitudine, senza una parola, rientrò nel casotto, chiudendosi la porta alle spalle.

 

Sono passati altri anni.

Quanti, non importa.

I treni da tempo scorrono sulla linea interrata: più veloci, più silenziosi, comunque, come prima, per qualche arcano motivo, mai in orario, anche se le statistiche delle Ferrovie pubblicate sul loro giornalino, ci dimostrano che quasi il 90.9% dei convogli lo è.

Misteri della statistica.

Anche le auto corrono più veloci, attraversando il nastro grigio che taglia il bosco senza il pericolo di una sosta improvvisa e non pianificata.

In alcuni tratti, il bosco è avanzato ed ha preso il sopravvento della vecchia linea dove i binari, ormai arruginiti, si confondono con il terreno.

Se, tra i paesi di Rescaldina e Castellanza, al KM5, rallentate la vostra corsa e guardate verso destra, al tramonto, riuscirete a scorgere tra le fronde una luce fioca che pare venga da un consunto casotto di legno tra gli alberi...

 

 
 

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