dal volume "PAROLE", di
Mauro Scotti, edito nel gennaio 2007 dalle edizioni OTMA di
Milano
per gentile concessione dell'Autore
All’inizio, tutto sommato, non
lo considerò nè umiliante nè riduttivo nei confronti dei suoi
studi.
Era una scelta temporanea, lo
dicevano i suoi genitori, se lo diceva lui mentre si avviava al
primo giorno del suo primo impiego.
E poi, in fondo, forse senza
volerlo e senza averlo cercato, aveva trovato un lavoro adatto
alle sue caratteristiche personali.
Lì avrebbe avuto il tempo di
leggere, di approfondire e di riprendere tutti i temi che gli
stavano più a cuore e che negli anni, forse senza una vera
ragione, aveva accantonato.
E poco importava se questa sua
ricerca, questo suo immergersi in un mondo passato fosse, ad
orari fissi e scadenziati, interrotto dalle responsabilità
dettate dal suo incarico.
Casellante.
Sulla linea Milano – Novara
delle Ferrovie Nord.
Un piccolo passaggio a livello
tra i paesi di Rescaldina e Castellanza, KM5.
Passaggio a livello...
Una sosta non prevista nella
nostra frenetica vita di viaggiatori.
A volte, ci riconciglia con la
vita, fornendoci una scusa per il nostro ritardo, dandoci la
sensazione, in quel silenzio fatto di motori spenti, di tempo
ritrovato.
In particolare, quello non era
nulla di più che due sbarre di metallo verniciate in rosso e
bianco, due croci di Sant’Andrea, ormai neppure più lampeggianti
ma almeno catarifrangenti ed uno scatolotto di legno a lato di
un nastro di cemento che tagliava il bosco.
Dentro, oltre lui, lo stretto
indispensabile per la professione: un telefono, un tavolino, una
sedia.
I vetri delle finestrelle
ricoperti di una patina di sporco vecchio di anni.
Appesa in un angolo, sorretta da
un improbabile nastro, una piccola bacheca dove, unico foglio,
rimaneva, ingiallita, una fotocopia di un orario ormai vecchio
di qualche anno.
Ad ogni squillo del telefono,
fuori, ad abbassare le sbarre servendosi della manovella.
Verificare.
Attendere il passaggio del
convoglio.
Rialzare.
Rientrare in guardiola.
Riprendere il libro dalla riga
dove ti eri interrotto.
Già, perchè erano i libri a
fargli compagnia; erano i più classici degli autori a fargli
esplorare un mondo in cui non era mai stato ed in cui non
sarebbe stato mai.
Lettere antiche all’università.
Suo padre e sua madre lo avevano
guardato dubbiosi quando, dopo il liceo, aveva comunicato loro
la scelta, ma non avevano replicato: era il loro unico figlio,
finora non aveva dato grattacapi, non vedevano motivi per
ostacolarlo nella scelta della facoltà.
Ottimi voti, esami sempre in
linea con il piano di studi stabilito, un 109 finale che lo
aveva consacrato “dottore”.
E lentamente, una solitudine
sempre più unica compagna.
I pochi amici del paese, quelli
con cui era cresciuto, erano scomparsi.
Qualcuno lavorava, qualcuno
ancora studiava. Tutti avevano abitudini che lui non
condivideva.
Certo non le denigrava, ma non
le condivideva.
E quindi, in maniera quasi
naturale aveva cominciato a rispondere di no alle telefonate in
cui gli si chiedeva se era libero; aveva smesso di passare le
serate davanti ad una birra in un locale o farsi trapanare le
orecchie in una delle tante discoteche della zona.
Un mese dopo l’altro le
telefonate si erano prima diradate, poi scomparse del tutto.
Anche le ragazze facevano parte
di un passato che diventava giorno dopo giorno, sempre più
remoto.
Le ragazze o meglio la ragazza.
Già, perchè, tutto sommato, era sempre con Francesca che aveva
“filato” dai tempi della scuola.
Ufficialmente mai, ma tra corsi
e ricorsi si erano sempre ritrovati. Stavano bene insieme,
parlavano parecchio, o meglio, lei parlava. Una volta, al
termine della festa del paese, mentre assistevano da un angolo
della piazza all’uscita della banda e del sindaco in fascia
tricolore, lei lo aveva preso per mano, si era alzata in punta
di piedi e lo aveva anche baciato.
Era finita lì: lui non aveva
detto nulla.
Aveva abbassato gli occhi. Lei
si era sentita rifiutata.
Si vedevano sempre meno.
Ogni tanto si incrociavano in
paese: “ciao, come va?” “bene e tu?” “così, solita vita” “già,
solita vita. Beh ciao” “ciao”.
Dopo la laurea era cominciata la
trafila per cercare un impiego: stilare un curriculum, spedire
il curriculum, discutere il curriculum con chi ha la bontà di
chiamarti per approfondire, collezionare una sequela di “grazie,
le faremo sapere”.
Non era facile: ormai questo
mondo parla solo di tecnologia, cosa se ne fanno tutte queste
“high tech company” o “dot com company” di un letterato che
parla più facilmente di Platone che di bit e byte ? Che capisce
e carpisce i segreti dell’Iliade piuttosto che delle macro di
excel.
Poi, in una nebbiosa e fredda
sera di Novembre, stanco, deluso, mentre attendeva il suo treno,
l’occhio gli cadde sul bando di concorso che penzolava desolato
e sporco su di un muro alla Stazione di P.zza Cadorna.
“Ferrovie Nord indice un
concorso per l’assunzione temporanea di 15 giovani neolaureati
da inserire a vari livelli nei propri organici”.
Rispose, meglio questo che
niente. Meglio questo che guardare suo padre in poltrona mentre
le immagini di un improbabile talk show gli passano davanti agli
occhi.
Si ritrovò in uno stanzone con
gli altri duemila candidati.
Prova scritta: tra i primi
dieci.
Prova orale: sempre tra i primi
dieci.
Dopo un mese la convocazione per
un colloquio: si era preparato con cura ed attenzione solo per
evitare di dover far fronte ad un altra delusione.
L’uomo dall’aspetto trasandato
non mascherava una certa noia, forse data dall’incarico, forse
data dai lunghi anni trascorsi dietro quella scrivania dove
quando capisci che non puoi cambiare le cose, rimani seduto in
attesa che il tuo tempo trascorra e cerchi di farlo passare nel
migliore dei modi.
“Crede di avere dei problemi a
dover lavorare da solo? Avrebbe problemi ad operare su turni?
Giudica questa occupazione poco consona ai suoi studi?”
Ad ogni suo “no” l’uomo siglava
una casellina su di un foglio davanti a lui.
Casellante.
Sulla linea Milano – Novara
delle Ferrovie Nord.
Un passaggio a livello tra i
paesi di Rescaldina e Castellanza, KM5.
Uno dei più piccoli dell’intera
linea.
Temporaneo. Il lavoro, non il
casello. Quello c’era da più di vent’anni e probabilmente ci
sarebbe rimasto per altri venti.
Il lavoro, invece, chi lo sa.
Alla fine della chiaccherata
l’uomo gli porse una lettera: se voleva poteva firmare anche
subito e, compatibilmente con i suoi impegni, avrebbe potuto
cominciare già dalla settimana successiva.
Poi, con calma, sarebbe arrivata
la divisa.
Speriamo prima di sei mesi,
altrimenti rischiava di arrivare quando il contratto era già
scaduto e lui congedato.
E poi, lui stesso, non aveva
intenzione di restarci per più di quel periodo.
Con i suoi studi era destinato
ad altro.
Se lo ripeteva continuamente,
più con la voce interiore che tanto ricalcava quella dei suoi
genitori, che con la sua.
Cosa fosse quest’altro ancora
non aveva capito.
Poi, vent’anni erano passati
veramente.
Le opportunità ed i colloqui si
erano diradati o forse lui ne aveva cercati sempre meno.
I sei mesi erano stati prorogati
di altri sei, poi di un anno, poi di due, infine in
un’assunzione definitiva.
Era bravo, attento e puntuale.
Mai un richiamo, mai un ritardo.
Sempre attento e cortese.
Proprio per questo i suoi
superiori non avevano avuto dubbi quando si era trattato di
proporgli l’assunzione.
Certo, un po’ taciturno, ma da
quando in qua il parlar poco è un difetto in questo mondo dove
tutti parlano troppo, anche a sproposito?
Vent’anni e montagne di libri.
Pagine girate tra un treno e l’altro, sottolineature ad
evidenziare un passaggio, una frase da leggere poi a chissà chi
o da ricordare in chissà quale occasione.
La vita scandita al ritmo del
telefono che annuncia l’arrivo del treno, della campanella che
sottolinea l’abbassarsi o l’alzarsi delle sbarre.
Una vita vissuta spiando,
guardando chi, costretto dalle sbarre, si ferma sbuffando,
guarda l’orologio, maledice se stesso per non aver preso
un’altra strada, ferma il motore ed aspetta.
Scrutarli, dentro le loro
scatole di latta, così innocue quando il rumore del motore
cessa: lo sguardo perso in un pensiero, una telefonata, una
sistematina ai capelli, quattro passi se la temperatura lo
consente immaginando di essere fermo nella campagna toscana e
non al limitare di un bosco nell’alto milanese.
Qualche volta aveva colto una
lacrima, una risata, ma mai si era avvicinato per capire o
chiedere di più.
Una sera aveva visto anche lei.
Bella, sorridente, elegante.
Così diversa da come se la ricordava.
Colse le chiacchiere allegre
mentre, seduta sul sedile del passeggero di una di quelle
vetture veloci, stringeva il braccio dell’autista, un ragazzone
tutto muscoli e denti che le sedeva a fianco.
Lei non lo aveva notato.
Forse perchè presa dalla
conversazione, forse perchè lui per non farsi notare si era
quasi nascosto dietro il casotto.
E del resto, comunque, chi nota
un casellante ?
A volte, anche i volti dei
passeggeri dei treni gli si erano stampati nella memoria: un
passaggio rapido, la sensazione, immotivata, che i loro sguardi
si fossero incrociati.
A casa nessuno chiedeva più
nulla.
Forse sua madre, i primi tempi,
soffriva in silenzio di quel figlio taciturno e sempre solo che
usciva per lavorare con un libro sotto il braccio, rientrava
alla fine del suo turno e dopo aver cenato si chiudeva nella sua
camera.
Aveva persino pensato di
chiamare lei Francesca e parlarle ma poi aveva preferito
soprassedere: cosa le avrebbe detto? cosa le avrebbe chiesto?
rischiava di mettere in ridicolo lei e suo figlio. E poi lui si
sarebbe sicuramente arrabbiato se avesse saputo.
Quindi, anche lei si era
rassegnata o forse, dentro di lei, ne era contenta: il figlio in
casa, un aiuto certo, in fondo loro invecchiavano e potevano
cominciare ad avere bisogno da un giorno con l’altro. Certo, la
laurea era buttata ma in fondo, un lavoro sicuro lui l’aveva e
per quello che capiva lei, era un ragazzo che si accontentava.
Suo padre se ne era andato in
una mattina di inizio Settembre.
Lo avevano trovato su quella
poltrona su cui si accomodava sempre più spesso. Quella mattina,
invece di accedendere il televisore come faceva di solito,
l’aveva girata verso la finestra così che, ora, il suo volto era
illuminato da un raggio di sole.
Sua madre lo aveva seguito due
anni dopo. Due anni trascorsi senza più un sorriso, senza la sua
proverbiale forza d’animo e di volontà che l’aveva sorretta per
tutta la vita.
Quasi che suo padre, partendo,
le avesse chiesto qualcosa in prestito per sostenersi nel
viaggio.
Era rimasto solo.
La casa, comunque non grande,
ora gli sembrava immensa.
Aveva cominciato a non
rientrare, fermandosi al casello anche quando non era di turno.
Lo faceva solo per cambiarsi
d’abito, lavarsi, recuperare qualcosa per alimentarsi o
sostituire i libri.
Ma rapido, in fretta, in pochi
minuti e mantenendo gli occhi bassi per non soffermarsi troppo
sui particolari della sua vita passata.
Era facile: aveva proposto ai
colleghi di sostiturli durante il loro turno.
Non ufficialmente, ovvio. Loro
registravano la loro presenza e poi se ne andavano affidando a
lui il casello.
I primi tempi lo guardavano
straniti e sospettosi: al giorno d’oggi chi trovi che ti faccia
un piacere e per di più gratis?
Poi, la cosa aveva preso piede:
i suoi quattro colleghi destinati a quell’occupazione
praticamente non si facevano più vedere o si presentavano
sporadicamente per portargli qualcosa da mangiare o da bere.
Lui trascorreva il suo tempo tra
un treno, una sbarra, un’auto che passava veloce ed i suoi
libri.
Alle 22, passato l’ultimo treno,
si chiudeva nel suo casotto ed alla luce di una piccola lampada
che si era portato, terminava la giornata con una cena frugale e
poche ultime pagine.
Lavorando sullo spazio che ormai
considerava solo suo, era riuscito a sistemare anche una piccola
brandina su cui si sistemava per dormire.
Una mattina era stato svegliato
da voci, rumori di motori, portiere che sbattevano.
Uscito, si era trovato di fronte
una serie di personaggi in giacca e cravatta che discutevano a
capo chino su una serie di carte.
Intorno a loro, un gruppo di
operai, camion, mezzi movimento terra.
Si avvicinò silenzioso.
Era alle spalle dei due che più
animatamente discutevano alzando continuamente lo sguardo dai
fogli ed indicando la massicciata di fronte a loro.
“Ciao” lo apostrofò quello che
dal modo di fare sembrava il capo. “Tu sei il casellante?
Piacere. Io sono DeMagistris, il responsabile dell’Ufficio
Tecnico della Sede centrale di Milano. Lui è Antonelli, sarà il
responsabile del cantiere”.
“Cantiere?”
“Si, del cantiere. Non ti hanno
detto nulla? Partiamo oggi con le opere per interrare la linea
così tagliamo fuori tutti i passaggi a livello. Eh, si, caro
mio, tempo sei mesi e cambi lavoro. Contento? Così finalmente ti
passeranno a fare qualcosa di più interessante ed intelligente
che star qui ad abbassare ed alzare sbarre...”
Non aveva risposto.
Si era girato sui tacchi ed era
tornato nel gabbiotto.
I due lo avevano guardato male
ma avevano imputato la cosa al fatto che fosse ancora mattino
presto e che fosse rimasto stupito di quella notizia.
Erano stati di parola: aveva
seguito i lavori come sempre da lontano ed in silenzio,
alternandoli con la sua responsabilità e le pagine dei suoi
libri e loro avevano mantenuto tempi ed impegni.
Prima un buco, via via sempre
più profondo, poi le colate di cemento, poi la posa dei binari,
tutto correva nei tempi e nei modi che gli avevano sommariamente
raccontato.
Aveva ricevuto una telefonata da
uno dei suoi colleghi, uno di quelli che sostituiva in segreto.
Gli disse che li avevano convocati a Milano per la prossima
settimana per parlare del nuovo incarico.
Lui aveva intenzione di andare a
sentire ?
Si raccomandò tanto che non gli
sfuggisse nulla del loro accordo. Oh, lui rischiava il posto.
Che non facesse scherzi che lui teneva famiglia.
Visto che rispondeva a
monosillabi, il collega chiuse la telefonata con un laconico “ci
vediamo settimana prossima”.
La Domenica successiva il
telefono squillò per avvertirlo che il 10,32 era soppresso: in
stazione a Rescaldina era prevista la cerimonia d’inaugurazione
della tratta, quindi, dopo i discorsi ufficiali ed il taglio del
nastro sarebbe passato un convoglio speciale.
Ma sarebbe passato sulla linea
nuova, quindi non era necessario che lui provvedesse ad
abbassare le sbarre. Anzi, cominciasse a preparare armi e
bagagli perchè il treno speciale era il primo ma, da quel
momento in poi, tutti sarebbero transitati da lì.
E se faceva in fretta ad
arrivare in stazione, gli lasciavano un paio di pizzette ed un
bicchiere di vino.
Insomma non serviva che lui
abbassasse le sbarre, ne per il treno delle autorità, ne per il
proseguo della giornata.
Ne per il proseguo della
settimana.
Ne per il proseguo del mese.
Il casello non esisteva più.
Il casellante non serviva più.
Non rispose.
Appese.
Rimase in silenzio a guardare il
vecchio orario ingiallito che mai aveva rimosso.
Uscì dal gabbiotto nel silenzio
della Domenica mattina rotto solo dal grido di qualche uccello e
dal rumore delle goccie di rugiada quando cadono dagli alberi e
colpiscono le foglie cadute: poc... poc... poc..
Lasciò vagare lo sguardo
intorno: la strada lunga e vuota, gli alberi carichi di umidità
mattutina, il cantiere silenzioso ed abbandonato anch’esso.
Impiegò pochi minuti per
prendere la decisione, dandosi tutte le giustificazioni del
caso: quello era il suo lavoro e non potevano cancellarlo in
quel modo, con un “arrivederci e grazie”; quella, ormai, era la
sua casa, il suo mondo.
Si voltò e, come ormai sua
abitudine, senza una parola, rientrò nel casotto, chiudendosi la
porta alle spalle.
Sono passati altri anni.
Quanti, non importa.
I treni da tempo scorrono sulla
linea interrata: più veloci, più silenziosi, comunque, come
prima, per qualche arcano motivo, mai in orario, anche se le
statistiche delle Ferrovie pubblicate sul loro giornalino, ci
dimostrano che quasi il 90.9% dei convogli lo è.
Misteri della statistica.
Anche le auto corrono più
veloci, attraversando il nastro grigio che taglia il bosco senza
il pericolo di una sosta improvvisa e non pianificata.
In alcuni tratti, il bosco è
avanzato ed ha preso il sopravvento della vecchia linea dove i
binari, ormai arruginiti, si confondono con il terreno.
Se, tra i paesi di Rescaldina e
Castellanza, al KM5, rallentate la vostra corsa e guardate verso
destra, al tramonto, riuscirete a scorgere tra le fronde una
luce fioca che pare venga da un consunto casotto di legno tra
gli alberi...
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